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Petrolio come il turismo, nei big data la sfida tra domanda e offerta

23/04/2018 08:35
Roland Berger: “La possibilità di produrre, ovvero estrarre e immettere sul mercato i volumi strettamente necessari con un match in ‘tempo reale’ è la chiave di successo per i paesi produttori”

Gli istituti di ricerca, le agenzie governative e i Paesi produttori di petrolio prevedono un moderato aumento del prezzo medio del barile dai 51 dollari registrati nel 2017 ai 54 dollari attesi nel 2018. Non senza grandi oscillazioni, visto che al momento in cui scriviamo la quotazione ha superato i 66 dollari al barile. Nel 2017 sono cresciute sia la domanda sia l'offerta di petrolio e per la prima volta dal 2013 il mercato ha registrato un periodo di offerta “insufficiente”, a seguito della decisione dell'Opec di tagliare la produzione per aumentare la tariffa media, precipitata ai primi del 2016 addirittura sotto i 30 dollari.

Questi sono solo alcuni dei risultati dello studio 2018 Oil price forecast: who predicts best? di Roland Berger che ci offre interessanti spunti di riflessione.

La società di consulenza tedesca ha analizzato le previsioni dei prezzi dei maggiori istituti di ricerca e agenzie governative, studiando le dinamiche del mercato anche dei dieci maggiori Paesi esportatori di petrolio dal 1999 al 2017: Algeria, Iran, Iraq, Kuwait, Messico, Nigeria, Norvegia, Russia, Arabia Saudita e Venezuela.

“Le modalità di analisi e proiezione dell'evoluzione del prezzo del barile di petrolio di Paesi produttori, da una parte, e di istituti di ricerca e agenzie governative, dall’altra, differiscono completamente fra loro”, afferma Paolo Massardi, senior partner di Roland Berger. E spiega: “Per quel che concerne le stime dei Paesi produttori pesano molto (a volte troppo) le esigenze di bilancio delle entrate statali. Istituti e agenzie invece fanno leva soprattutto sugli indicatori macro economici. In passato una maggiore stabilità di domanda e offerta consentiva ad entrambe le parti di avere una buona affidabilità, mentre negli ultimi anni la situazione si è profondamente modificata”.

Nel balletto delle previsioni, che impattano significativamente nell’industria dei viaggi, a cominciare dal trasporto aereo, dal 2009 ad oggi è bene ricordare che quelle degli analisti sono state mediamente più accurate di quelle fatte dai Paesi produttori, invertendo un periodo precedentemente caratterizzato da stime più affidabili provenienti proprio da chi produce la materia prima più ricercata del pianeta. “Di fatto la capacità dei Paesi produttori ed esportatori di influenzare in maniera significativa il prezzo nel breve-medio periodo si è drammaticamente ridotta – spiega l’esperto-. E di conseguenza quella di predirne l'evoluzione. Ma c’è di più, l’Arabia Saudita, da sempre vero market maker, ha dovuto fare un compromesso fra esigenze di bilancio di breve periodo e l'ottimizzazione di medio-lungo periodo”.

Stati Uniti sempre leader, grazie alle tecnologie

Due fattori chiave come la produzione tout court e la capacità di compensare eventuali squilibri produttivi hanno consegnato agli Stati Uniti la leadership di mercato. Tra il 2008 e il 2017, i pozzi americani hanno rappresentato oltre il 60% dell'aumento della produzione a livello mondo. I notevoli aumenti della produttività negli Usa hanno consentito alle aziende di operare in modo redditizio a bassi livelli di prezzo. Gli esperti di Roland Berger sono sicuri: le industrie dei Paesi concorrenti devono seguire l’esempio adottando nuove tecnologie per guadagnare una migliore efficienza e questa gara è solo all’inizio. “Solo con lo sfruttamento dei big data e lo sviluppo di soluzioni di intelligenza artificiale, i gruppi petroliferi mondiali saranno in grado di produrre a costi più economici di quanto possano fare oggi.”, dice la società.

“La vera sfida per i big del petrolio è legata alla possibilità di produrre, ovvero estrarre e immettere sul mercato i volumi strettamente necessari con un match in ‘tempo reale’ fra domanda ed offerta”, conclude Massardi. “La tecnologia per monitorare le esigenze del mercato già esiste. Al contrario, la capacità di prevedere le mosse dei competitor in un ‘commercial war-gaming’ in tempo reale e massimizzare il proprio profitto a scapito di quello generale deve ancora essere affinata”. p.ba.


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