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Un’industria senza crisi

20/01/2020 - numero Edizione 1584

Traguardi ambiziosi anche per il 2020; per l’Italia le previsioni parlano di un +6%
e di una crescita del 3% delle toccate nave; resta il nodo delle infrastrutture portuali

Crisis? What crisis? Sembra non prendersi neanche un momento per prendere fiato la lunga corsa delle crociere verso traguardi sempre più distanti e ambiziosi. Anche nel 2019 il settore delle navi passeggeri non ha dato segni di cedimento al suo incedere che parte da molto lontano. Parliamo di un business che vale ormai circa 150 miliardi di dollari (pari a 135 miliardi di euro), secondo cifre ufficiali rilasciate dall’associazionismo settoriale americano, patria delle crociere moderne, così come queste sono intese dagli anni ’60 e ’70 in poi; mentre il fenomeno dei transatlantici di linea a collegare le due sponde dell’Atlantico – il progenitore dell’attuale cruise business - fa capo alla cara vecchia Europa, come evoluzione sofisticata dei flussi emigratori via nave di inizio del XX secolo, ‘dagli Appennini alle Ande’. Grazie alla costante crescita degli ultimi anni, le crociere hanno generato anche come effetto indotto sull’economia 1.177.0000 posti di lavoro, pagando complessivamente 50,2 miliardi di dollari di stipendi.

Investiti 22 miliardi di dollari

Il report annuale prodotto dalla Clia - Cruise Liners Industry Association rivela che le compagnie di crociere (in larga prevalenza facenti capo ai grandi poli nordamericani) hanno investito 22 miliardi di dollari nello sviluppo di navi a tecnologia sostenibile, affinché ogni nuova costruzione sia ‘ecologicamente corretta’, in modo da raggiungere l’obiettivo di ridurre nel 2030 le emissioni di Co2 del 40% rispetto ai livelli del 2008. Lo State of the Cruise Industry Outlook redatto dall’associazione internazionale dell’industria crocieristica conferma pure che la corsa delle compagnie non è in linea retta: la domanda di crociere, oltre a segnare nuovi record di volumi di traffico, si diversifica e dal loro canto le compagnie accelerano gli sforzi verso sostenibilità turistica e ambientale, poiché gli armatori sono sempre più all’avanguardia nella protezione e nella tutela delle destinazioni e nella coabitazione ‘pacifica’ e ‘verde’ di viaggiatori e residenti delle principali mete di destinazione, con buona pace di Greta & C.

L’ultimo decennio

La disamina del trend dell’ultimo decennio non lascia dubbi sulla propensione in atto: il settore è in costante crescita perché le compagnie investono sempre di più. Quella della vacanza in alto mare è una domanda tipicamente offer-driven, ovvero dove navi sempre più numerose, grandi, accoglienti, ricche di attrattive suscitano nella grande massa dei non (ancora) adepti la voglia di saggiare una esperienza nuova e alternativa alla vacanza classica ed un po’ ripetitiva. Solo nel 2020 saranno varate altre 19 nuove navi, portando il totale della flotta mondiale a 278: dunque un incremento di oltre il 7% ma solo in termini di numero di navi, perché se si considera il parametro della dimensione, tale percentuale di incremento - considerando che ogni anno si costruiscono nei cantieri navali tendenzialmente navi sempre più grandi (oltre che più ecosostenibili delle precedenti) – potrebbe essere quantomeno doppia, se non oltre. Se agli inizi degli anni ’90 si stimava una ‘penetrazione’ del fattore crociera molto risicato, ancora nell’ordine dell’1% - vale a dire che solo 1 persona su 100 turisti in tutto il mondo decidevano di imbarcarsi a bordo – oggi quel numero percentuale ad una cifra è raddoppiato. Può sembrare poco, ma in realtà è un grande avanzamento segnato in un quarto di secolo di tumultuosa cavalcata, condotta sempre col segno + davanti al tasso di variazione anno su anno, salvo rarissimi casi di anni insanguinati da fatti tragici come il post Nine Eleven, nella stagione 2002, ovvero gli anni della pericolosa instabilità sociale e politica delle diverse primavere arabe, da quella egiziana a quella turca. Ma evidentemente il potenziale di crescita è ancora enorme. Come corollario va considerato il fattore di moltiplicatore delle crociere: secondo dati Clia, ogni passeggero spende in media 376 dollari nelle città dei porti di imbarco e 101 dollari in ogni città dei porti di transito. Analizzando il profilo del crocierista medio – premesso che c’è una varietà di crociere così ampia da poter affermare che esiste un prodotto adatto ad ogni fascia di età, di ceto sociale, di tipo di divertimento e di aspettativa – ci viene in soccorso il centro di ricerche specializzato Risposte Turismo, che annota come tra le spese extra sostenute dai crocieristi, lo shopping a bordo costituisca una voce rilevante. Il 65% dei passeggeri di nave, ad esempio, pianifica l’acquisto di prodotti a bordo, mentre sono a farlo solo il 45% dei viaggiatori in aeroporto, dove è più frequente l’acquisto di getto; inoltre il 73% dei crocieristi apprezza prodotti esclusivi da acquistare durante la crociera ed uno dei principali driver d’acquisto è l’esperienza di shopping a bordo della nave su cui sta viaggiando. Malgrado i numeri in impetuoso aumento, il settore è ancora largamente di nicchia. Dieci anni fa, nel 2009 i passeggeri complessivi in tutto il mondo erano quasi 18 milioni, e di questi solo 3 milioni circa di origine europea. Nel 2018 erano stati oltre 28 milioni e nel 2019 il consuntivo dovrebbe attestarsi intorno ai 30 milioni, di cui solo il 15% sono passeggeri europei e il 2% circa (ovvero 600mila) sono italiani.

I leader e l’Italia

Leader assoluti in Europa restano gli inglesi, con circa 1,5 milioni, seguiti a distanza relativamente breve dai tedeschi: insieme Gran Bretagna e Germania coprono circa la metà del crocierismo continentale a livello di serbatoio di domanda. Nel 2020, secondo stime ufficiali Clia, i crocieristi dovrebbero raggiungere la bella cifra di 32 milioni: un incremento di 13 milioni sul 2009, pari ad una media di crescita del +6,5% medio annuo, impensabile per quasi qualunque altro settore del turismo, dello shipping e probabilmente dell’intera economia, a testimoniare come il cruise business sprizzi salute da tutti i pori. Passando al mercato nostrano, il 2019 è stato un anno record anche in Italia con oltre 12,1 milioni di movimenti passeggeri (ovvero di passeggeri moltiplicati per ogni imbarco/sbarco nel porto di transito; sicché una crociera settimanale di un passeggero ne vale 7) nei porti nazionali per un +10% rispetto al 2018, oltre a 4.815 toccate di navi (+2,8% sull’anno precedente): erano meno di 9 milioni di passeggeri nel 2009, perciò la crescita media annua è stata del +3,5% nell’ultimo decennio. Anche per il mercato portuale italiano, dunque, l’incremento è in linea col trend globale mondiale, con variazioni positive pressoché in ogni porto, all’interno dei quali si confermano anche nel 2019 le posizioni: Civitavecchia (2,56 milioni di passeggeri), Venezia (1,56), Genova (1,35 milioni), Napoli (1,20), Livorno (830mila), Savona (750mila), La Spezia (650mila) e Bari (610mila), Palermo (511mila), Messina (448mila), Cagliari (302mila) e Catania (206mila).  L'Italia è leader internazionale del settore con 5 porti nella top 10 mediterranea e 9 tra i primi 20. Le previsioni 2020 recitano di un patrimonio di 13 milioni di crocieristi, con incremento atteso di oltre il 6% ed una crescita del 3% anche delle toccate nave, che – prenotazioni di accosti alla mano - dovrebbero arrivare a 4.950. Le previsioni 2020 vedono il porto di Civitavecchia confermare la leadership con 2,69 milioni di passeggeri (+0,5%), seguita da Venezia in leggero calo con 1,52 milioni (-1,6%) e da Napoli, che riconquisterà la terza posizione con 1,4 milioni (+3,7%) facendo tornare al quarto posto Genova con 1,38 milioni; bene faranno quest’anno Livorno (923.000; +10%), Savona e La Spezia (i due scali liguri movimenteranno entrambi 900.000 crocieristi, in crescita rispettivamente del 20% e del 38%).      



Angelo Scorza

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